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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


4 settembre 2014

I vestiti trasparenti del Re

Alessandra Serra, sull’Huff Post, traccia una critica ben argomentata al ragionamento fatto da Lucia Annunziata pochi giorni prima. Era un post feroce verso Renzi, senza sconti, come non se ne leggevano da mesi (a parte Scalfari, e mai così tranchant). Serra tenta di interpretare quella critica, e scansa subito i temi di contenuto: la questione dei pochi risultati raggiunti è solo un diversivo. La critica, dice, è culturale, piuttosto. E concerne le modalità con cui l'ex Sindaco propone se stesso. Ossia, “l’impianto retorico persuasivo” messo in campo dal premier. Roba da cultural studies, roba linguistica: schemi concettuali, modelli comportamentali, gabbie retoriche, tutto qui dice Serra. Non ci sarebbe, in sostanza una vera e motivata avversione alle iniziative del Governo (che lei, con modi presuntamente en passant, definisce “risultati straordinari”), ma soltanto “a un codice e a un frame concettuale”. Saremmo dinanzi a una disomogeneità tra livelli discorsivi, tra linguaggi, si confronterebbero punti di vista alberganti all’interno di diverse “cornici discorsive”. Cambia la foto, cambiano le parole, cambiano i modi di approccio, e infine si battaglia sul nulla formale del linguaggio senza tenere conto della polpa, ossia degli “straordinari risultati” del Governo. Sarebbe più onesto, dice Serra, ammettere questo, dire che il modo di fare del premier non piace e punto, senza disconoscere la sua monumentale bravura, senza criticare un governo magnificamente in sella e pronto a dare risposte agli italiani.

Insomma, è tutta una questione di linguaggio. Torna qui un cardine della propaganda renziana: io sono il nuovo, io ‘spacco’ il sedime culturale, rompo gli schemi, rottamo le continuità, sfido i vecchi paradigmi, inauguro nuovi linguaggi. Io sono il superuomo, parrebbe di sentir dire. Spariglio e chi s’è visto s’è visto. Annunziata andrebbe a cadere proprio in questo abisso spalancato dall’irruzione del rottamatore. Un trappolone di cui nemmeno avrebbe avuto sentore se Serra non glielo avesse spiegato. Il discorso della direttrice sarebbe solo ‘formalistico’, sarebbe una specie di equivoco linguistico wittgensteiniano: siete delle mosche in una bottiglia, pare dire, siete prigionieri del linguaggio e nemmeno lo sapete, credete di parlare di politica e invece ce l’avete con i nuovi schemi culturali introdotti da Renzi perché non vi appartengono. Vecchiezza culturale? Piuttosto afasia linguistica, gente a cui non funziona più lo strumento verbale. Peggio ancora per la giornalista Annunziata, che col linguaggio ci lavora e ci vive. Ma è davvero così? Sono solo un incidente linguistico, un cieco equivoco, le critiche che cominciano a piovere su Renzi? Oppure c’è dell’altro? C’è roba più solida?

Be’, l’altro è davvero poco, se togliamo le classiche 80 euro. Perché il primo a sfilare da sotto il banco il contenuto è stato proprio il premier. La sua discontinuità culturale è all’incirca tutto quello che ha offerto e messo in campo in questi mesi. Il linguaggio è stata la sua sola arma. E difatti ne utilizza a pieno, con annunci, battute, con una presenza mediatica alla lunga persino controproducente. A fare il simpatico prima o poi stanca, ha detto Cacciari. L’Annunziata parla, in fondo, di ciò che vede, di quello che offre il convento. Se fa la mosca in bottiglia è perché gli mostrano solo la bottiglia: non mezza piena o mezza vuota, ma vuotissima. Non si può rimproverare ai giornalisti critici la loro lateralità linguistica, i loro equivoci, il loro essere insetti in trappola nella rete tessuta dal premier, se poi quello è l’unico campo da gioco ammesso sinora da chi fa attualmente le regole (che sono poi le regole della retorica, dello storytelling, della comunicazione-politica). Siamo sommersi da hashtag, dovremmo parlare di politica internazionale? Siamo sopraffatti dagli annunci e dai contro annunci, dovremmo andare alla ricerca di una ‘cosa’ che non c’è ancora ma che vedremo, se va bene, tra #millegiorni (scrivo con l’hashtag perché si capisce meglio)? Sono accerchiato da narrazioni e contronarrazioni, peggio di un critico letterario che almeno lo fa di mestiere. Non solo. Da ‘adesso!’ siamo arrivati al #passodopopasso, lasciando persino presagire che il brodo comunicativo è destinato ad allungarsi sino a diventare la classica acqua fresca. Si è scelta dapprincipio la strada della ‘posa’ comunicativa pur di imbrigliare l’elettorato e i media, e poi si ironizza sul fatto che molti in questa trappola ci sono cascati e pure alla grande? Rimproverando in fondo alla Annunziata un eccesso di zelo nel considerare solo l’aspetto ‘culturale’, i modi, e gli approcci linguistici scartabellati dal premier in già sette mesi? Dopo il danno pure la beffa? Dopo la sòla, la presa in giro?

Onestà intellettuale per onestà intellettuale. Come la si chiede alla Annunziata, io la chiedo alla Serra, di cui stimo senz’altro le qualità professionali e l’abilità retorico-comunicativa. Perché qualcuno non ammette che sì, in effetti, la faglia culturale c’è perché l’abbiamo pensata, progettata, messa in atto noi. Sì, le modalità nuove di Renzi le imponiamo perché dietro non c’è ancora nulla, e spesso meno che nulla? Sì, il linguaggio è la nostra unica risorsa, forse la vera e sola straordinaria risorsa di cui dispone il premier per ‘ammischiarla’ agli italiani in attesa che Padoan o chi per lui cavino il ragno dal buco. Insomma, costruiamo palazzine su fondamenta abissali e speriamo nella buona sorte. Speriamo che non crollino. Speriamo non ci crollino indosso. Sarebbe bello, sarebbe onesto ammettere questo aspetto, peraltro così evidente. Stimerei di più l’allegra brigata che ha ‘preso’ il PD e lo ha mutato in una cosa che non capisco (e non solo per motivazioni linguistiche, culturali o di approccio retorico, ma politiche, politicissime). Sarebbe un gesto leale, comprensibile, forse dovuto. Anche se capisco che, ammettere la propria nudità, non è da Re. E Renzi a fare il Re si atteggia molto. Anzi, moltissimo.

http://www.huffingtonpost.it/alessandra-serra/sindrome-di-adattamento-diamanti-annunziata-_b_5749542.html

 


6 dicembre 2012

Bersani comunicatore

Bella l’analisi di Alessandra Serra su Allonsanfan. Da leggere. Questo post nasce ispirato, appunto, dalle sue acute argomentazioni. Io credo che Bersani sia un caso limite di rappresentazione del sé. Di solito, tra il sé (se esiste un sé!) e il suo involucro rappresentativo c’è una specie di abisso più o meno largo e profondo. Guardate Renzi, visto a Palazzo Vecchio il giorno dopo, senza l’impacchettamento di Gori, mostra un volto diverso, in cui la rappresentazione è ridotta all’essenziale e al minimo vitale pubblico consentito. Bersani no. È lo stesso prima e dopo! Forse è lo stesso anche in famiglia. Nel suo caso, la costruzione del personaggio è stabile nel tempo (‘costruzione’ e ‘naturalità’ quasi coincidono) – a meno che il vincitore delle primarie non sia davvero in grado di proiettare il proprio sé oltre l’abisso rappresentativo con una fedeltà assoluta. Il che, ai nostri occhi, sarebbe in fondo la medesima cosa.

 

In termini linguistici e a parità di logica, Bersani gioca su un linguaggio solo apparentemente dimesso; Renzi invece, come dice Alessandra, ha bisogno di manifestare un ‘impeto destabilizzante’ e, dunque, di colpirci con effetti speciali. Scienza quella del segretario del PD, fantascienza quella del Sindaco. Il paradosso è questo: chi propone un sé specchiato e apparentemente nudo ricorre a metafore, ossia a un addensamento del linguaggio; chi invece si propone al pubblico ‘impacchettato’ alla Obama-Kennedy punta a un linguaggio più ‘scabro ed essenziale’, più diretto, appunto più televisivo (anche nell’uso dei filmati e delle immagini sul palco). Ma le metafore del primo nessuno le dimentica. Mentre la sciolta parlantina del secondo è fuggita via allo scoccare dell’appello finale.

 

Dice Maltese che, sia la vittoria di Bersani sia la sconfitta di Renzi, sono state prodotte dalla medesima disfatta dei comunicatori. Bersani vince senza comunicare nulla se non un che disadorno. Renzi perde perché si sarebbe rivolto a un pubblico televisivo invece che al popolo democratico. È vero solo in parte. Se comunicare è in primo luogo riferirsi in modo appropriato a un destinatario ben tratteggiato, chi meglio di Bersani lo ha fatto? Chi, se non lui, ha parlato al cuore di una comunità perfettamente delineata e centrata? E se la comunicazione politica fosse soprattutto un fatto sentimentale, più che una questione di staff? Sentimentale non vuol dire improvvisato, ovviamente. E se queste primarie fossero anche una scoperta, un caso di studio, una piccola svolta? Dico l’ultima. Conosco soltanto un altro leader capace di restringere al minimo il sé alla propria rappresentazione: Enrico Berlinguer. Io lo trovo davvero rassicurante.

 

 

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